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L'immagine della settimana

Presence

Editoriale 52/2025

Costruire il tempio

Abbiamo visto tantissimi film quest’anno. Ma ne abbiamo visto soprattutto uno. È un film che sa che il cinema è fatto di tempo, che non si consuma in un lampo per poi scomparire, ma che si prende cura di ogni minuto passato, lo deposita, lo archivia e ne tiene memoria, sapendo che ogni mattone può servire per costruire una cosa, forse anche una casa, più grande. È un film che è fatto di tanti, ma che propongono tutti la medesima trama, la stessa idea di cinema come macchina che attraversa la Storia, come scavo archeologico di strati su strati, come scandaglio nel passato di un luogo (la sala cinematografica? Sì, anche, certo, soprattutto). Un film fatto di episodi, di frammenti, di lacerti, di stralci, conscio del fatto che ciò che è chiamato a fare è tenere insieme tutto quanto, far sentire allo spettatore il peso del tempo, istigare il ricordo, verificare il raccolto, mimare l’ampia gittata del vivere, farsi museo delle cose che scorrono. È un film che è Here di Robert Zemeckis, ma anche Generazione romantica di Jia Zhangke, che è The Life of Chuck di Mike Flanagan e pure Presence di Steven Soderbergh, Father Mother Sister Brother di Jim Jarmusch e Orfeo di Virgilio Villoresi, Mission: Impossible The Final Reckoning di Christopher McQuarrie e anche Avatar: Fuoco e cenere di James Cameron. Un unico film fatto di tanti, perché sono tutte opere, queste, che ci chiedono, a noi che guardiamo, di dedicarci a ogni dettaglio, perché è possibile che torni (avete notate quanti ritorni di attori e set passati ci sono nel film con Tom Cruise?), perché ogni traccia può essere importante nel delinearsi del disegno (tutti i fantasmi di Here e quello di Presence, per esempio), perché ogni persona e personaggio che ha abitato quella casa può avere un senso preciso (pensate all’incontro di tutti alla fine di Avatar) e quello che conta è ciò che è cambiato, pur nascondendosi, d’episodio in episodio nella serie (pensate al trittico sul rapporto coi genitori di Father Mother Sister Brother, che comincia come una farsa sul “non conoscere i genitori” e poi restituisce l’ingombro della loro assenza, cambiando a ogni sequenza i suoi protagonisti). Quando sul finale di The Brutalist si spiega il pensiero che nasconde quell’architettura, noi sappiamo che non è abbastanza, che non è del tutto vero, che c’era anche dell’altro: e quest’altro è il film che abbiamo appena visto, scena dopo scena. Un di più, complesso e irriducibile. E allora mi sembra che questo cinema, oggi, invitando lo spettatore a stare attento a quel che di spettrale passa da una scena a quella successiva (una storia personale del cinema sperimentale in Villoresi, quella delle proprie immagini in Jia, l’immaginario di un personaggio mediocre in Flanagan, e così via), stia provando a definirsi, a dirci di cosa può essere fatta la settima arte in questo momento, qual è il suo valore e quale il suo obiettivo in un mondo fatto di immagini in eccesso, riprodotte e consumate troppo di fretta, prive di un modo per concentrarsi e tentar di restare. Un tempio in cui poter ammirare lo scorrere del tempo, dunque. Mentre fuori continuiamo a passare bruciando.

FilmTv 52/2025

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