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Mauro Gervasini dice che Il buono, il brutto e il cattivo è il film da salvare oggi in TV.
Su RaiMovie alle ore 21:10.

Scompare a 90 anni l'attore feticcio di Ingmar Bergman, indimenticabile in Il settimo sigillo , in seguito “rubato” da Hollywood per ruoli memorabili. A cominciare da padre Merrin in L’esorcista. Riproponiamo l'articolo pubblicato su Film Tv in occasione del suo ottantesimo compleanno.

Si sta trasformando il dibattito su un tema maledettamente serio come il razzismo nella solita farsa. Per una volta, però, non siamo solo noi italiani a sfidare il senso del ridicolo, visto che una catena di supermercati svizzera ha deciso di ritirare i mitici Moretti solo perché si chiamano così. Ai Moretti Tommaso Labranca dedicò un suo Collateral nel 2011, urgente e formidabile oggi più di ieri.

Su Film Tv n° 23 abbiamo dedicato un Serial Graffiti all'universo di True Detective . Qui vi riproponiamo la recensione della prima stagione.

L'esorcista di William Friedkin è in streaming su Prime Video

Una delle uscite (annullate) del mese è un film di un autore spesso segnalato nella nostra rubrica Scanners. Doppia pelle di Quentin Dupieux era programmato per il 19 marzo. Recuperiamone un altro, tra i suoi, mai arrivato in Italia.

La citazione

«sarà mica la maniera di lavorare… non si lavora così dai… ogni lavoro anche il più banale necessita di un minimo di regia»

scelta da
Andrea Bellavita

In edicola: Martedì, 15 Settembre, 2020

Venezia 77: interviste a Gianfranco Rosi e Susanna Nicchiarelli, la storia musicale di Bologna, Serial Graffiti di Buffy - L'ammazzavampiri, Speciale Venezia 77: seconda parte delle recensioni, guida e segnalazioni di contenuti in streaming, locandina di Tenet di Christopher Nolan e tanto, tanto altro.

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Editoriale


Dalla mostra è tutto?

Lo sappiamo. La cosa importante era che ci fosse, la Mostra. Per provare a far sì che il cinema ripartisse, o desse l’impressione, la speranza di. E la Mostra c’è stata. Sicura, con verifica della temperatura e obbligo di mascherina, con sale dalla capienza dimezzata causa distanziamento e prenotazione obbligatoria, con pochissimi impacci (solo nei primi giorni il sistema informatico ha dato problemi), tanta pazienza e gentilezza degli addetti ai controlli («chi cazzo sei?» ha chiesto uno Sgarbi senza mascherina a uno di loro, la nobile risposta: «Sono quello che non ti fa entrare»), nessuna fatica richiesta a pubblico e accreditati (è quello di cui non t’accorgi, di frequente, a contare). Si temeva il peggio (per la nuova crescita dei contagi, per un’organizzazione che si è dovuta ridefinire di continuo, per un ritardo sulla conferma di accrediti ed eventuale presenza del pubblico, con conseguente ricerca all’ultimo di case e camere in affitto da parte del “popolo festivaliero”), ma ne è uscito il meglio. Non era facile, non era scontato. E poi: mai come quest’anno, per mancanza di stelle, è stato evidente che red carpet e film sono pianeti a sé stanti. Non conosco l’80% della fauna disabbigliata e buona per pruderie da oratorio (caspita: un bacio lesbico) rilanciata dai tg e da noti siti scandalistici (“Corriere della Sera”, “la Repubblica”), e per amor proprio nemmeno voi dovreste. E i film? Nessun capolavoro (nessuno se si escludono City Hall di Frederick Wiseman e il duello Hopper/Welles, che non fanno parte di nessun campionato), ma questo Concorso era il corrispettivo di quello di una buona Berlinale, in grado di mappare certe tendenze del contemporaneo, dare luce ad autori secondari, dimostrare che il cinema è vivo al di là dei grandi nomi. Cinema italiano compreso: piacciano o non piacciano (non è mai questo il punto) Notturno, Padrenostro, Le sorelle Macaluso, Miss Marx (comunque troppo amato da noi, e poco dal resto del mondo: chiedersi perché) sono tutte ipotesi di un cinema che osa (esteticamente o produttivamente), che prova a uscire dagli standard dei generi italiani contemporanei. Lo scrivo presuntuosamente, forse, per amore di critica e cinema, ma mai come quest’anno m’è parso che il discorso critico fosse arrancante, e che i film fossero migliori di chi ne scriveva presuntuosamente e solo in favor di polemica social: a un film come Notturno s’è risposto con schemi interpretativi vetusti, che nulla hanno a che vedere con le immagini contemporanee e il loro ruolo (che poi Rosi, in un’intervista immediatamente scomparsa - bisognerebbe capire il perché - a Giusti e Dagospia, abbia detto che «i critici italiani sono ignoranti» è solo un dettaglio da tabloid), a un film come Le sorelle Macaluso s’è imputato come difetto una scelta drammaturgica conscia e precisa, di Padrenostro s’è discusso in capannelli fuori dalla sala se il fantasma fosse vero o meno, quando il punto (anche politico del film) è esattamente in quell’ambiguità. Naturale che una cinefilia e una critica chiuse su se stesse, indifferenti alla ricerca della fotografia e dell’arte contemporanea (per Rosi) o alle possibilità di scrittura del teatro (per Dante), finiscano per non accettare gli slanci del cinema, riducendo il tutto a boutade barricadere o (come di fronte al film di Noce) non tanto al proprio gusto, ma ai propri limiti. Non lo dico contro la critica (mi bastano i nostri, di critici): lo dico a difesa dei film. Il palmarès, a parte il solito gioco degli avrei voluto, e invece certifica ancora una volta il rischio di un appiattimento verso un gusto global che tiene insieme il mainstream e il suo ipotetico contrario, ed è proprio come essere tra le pagine di Realismo capitalista di Mark Fisher: se i Leoni d’oro sono La forma dell’acqua - The Shape of Water, Roma, Joker e Nomadland, se Venezia premia il cinema dell’industria hollywoodiana, se Palme e Leoni valgono Oscar, se la ricerca è troppo prossima a quella di mercato, può esistere una dialettica, una negatività, un cinema realmente differente? Il discusso premio a Favino, in un ruolo da non protagonista, si fonda sul fatto che in Concorso non c’erano ruoli maschili particolarmente rilevanti, ed è un bene e un male insieme. In ogni caso è stupido tacciare questa giuria d’essere stata non adeguata (presumere che Cate Blanchett sia una stella tanto-glamour-e-pocacompetenza è malafede). Sono d’accordo che in una giuria un critico ci dovrebbe essere (mettetecelo, ogni tanto, è anche una questione di responsabilità e riconoscimento verso una professione in via d’estinzione), ma sono sicuro che registi come Petzold e Hogg, capaci di un cinema che è sempre teoria del cinema, ne abbiano tranquillamente fatto le veci. E il resto del festival? Con un Concorso di buona serie B (con il solito problema di non sapere intercettare il nuovo e il futuro prossimo, si veda la scelta di And Tomorrow the Entire World, un’altra scommessa perduta, che s’assomma ai passati e dimenticati The Endless River, Looking for Grace, Acusada...), Orizzonti ha smesso d’essere solo il concorso di serie B: è la migliore edizione del secondo Barbera, così come di grande livello è stata la scelta dei corti. Le Giornate degli autori, guidate da Gaia Furrer, si sono rinnovate con acume anche politico, e la Settimana della critica di Giona A. Nazzaro s’è fatta imperdibile: la qualità delle opere prime scelte è altissima, così come, qui sì, il senso del futuro: per questo il Leone del futuro a Listen (Orizzonti) è incomprensibile. E l’anno prossimo? Con i rumour su possibili sostituti che circolano, ci auguriamo che Alberto Barbera resti alla guida, con la promessa di provare a rinnovare il suo format: questa 77ª edizione, d’emergenza, sperimentale a livello organizzativo, senza il parterre delle grandi firme automatiche in calce al cinema d’autore, ci dice che è possibile.

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