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Sergio M. Grmek Germani dice che Gli amori di Astrea e Celadon è il film da salvare oggi in TV.
Su Rai3 alle ore 01:25.

La Berlinale conferma: il suo fondatore è stato un consigliere nazista

Si sta trasformando il dibattito su un tema maledettamente serio come il razzismo nella solita farsa. Per una volta, però, non siamo solo noi italiani a sfidare il senso del ridicolo, visto che una catena di supermercati svizzera ha deciso di ritirare i mitici Moretti solo perché si chiamano così. Ai Moretti Tommaso Labranca dedicò un suo Collateral nel 2011, urgente e formidabile oggi più di ieri.

Su Film Tv n° 23 abbiamo dedicato un Serial Graffiti all'universo di True Detective . Qui vi riproponiamo la recensione della prima stagione.

L'esorcista di William Friedkin è in streaming su Prime Video

Una delle uscite (annullate) del mese è un film di un autore spesso segnalato nella nostra rubrica Scanners. Doppia pelle di Quentin Dupieux era programmato per il 19 marzo. Recuperiamone un altro, tra i suoi, mai arrivato in Italia.

La citazione

«Scrivere è anche non parlare (Marguerite Duras)»

scelta da
Marianna Cappi

In edicola: Martedì, 20 Ottobre, 2020

Palm Springs e i time loop movie, intervista a Pietro Castellitto, guida al cinema del lockdown: seconda parte, intervista all'animatore Disney, Glen Keane, Feuilleton #14 - Il fine settimana: quarta puntata, Samuele Bersani intervistato sul suo ultimo album, guida e segnalazioni di contenuti in streaming, locandina di Il gabinetto del dottor Caligari di Robert Wiene e tanto, tanto altro.

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Editoriale


Dacci oggi la nostra mafia quotidiana

La mafia immaginaria - Settant’anni di Cosa Nostra al cinema (1949-2019) di Emiliano Morreale (Donzelli, pp. 338, € 30) è uno di quei saggi che si leggono sempre più di rado, specie in campo cinematografico. Il libro di una vita, frutto di un’elaborazione pluridecennale, forte di una bibliografia e di una conoscenza dell’argomento mostruose. Ma soprattutto, un libro non solo di cinema. Grazie al cielo. Altrimenti non ne parleremmo qui, in un editoriale. È un affresco di storia italiana - politica, sociale e mediatica - in cui il cinema, da un certo punto di vista, c’entra per caso. C’entra perché la mafia ha ispirato pochissimi romanzi (Il giorno della civetta, Malacarne...) mentre è stata oggetto di centinaia di film e di fiction televisive. Che Morreale analizza con lo stesso puntiglio riservato ai film, scoperchiando un vaso di Pandora: una sorta di cinema parallelo e ignorato dai critici, ricco di filoni e sottogeneri, tra ambizioni autoriali e derive trash, esperimenti pop e banalità midcult. Una produzione che la mafia, fin dai tempi di Il giorno della civetta di Damiani, non ha mai dato segno di sgradire, anzi. I film sulla mafia sono stati quasi sempre un’affabulazione e una semplificazione della realtà, hanno creato un’inflazione di stereotipi. Per questo, oltre a costituire un modello di comportamento per i mafiosi, hanno creato il primo, grande e tragico cortocircuito tra la realtà e la sua rappresentazione nella società italiana. Hanno privilegiato le individualità, su entrambi i fronti, spesso arrivando all’agiografia: vedi l’incredibile fiction Il capo dei capi, sceneggiata tra gli altri da Domenico Starnone e Stefano Rulli. Hanno trascurato la zona grigia in cui la società cosiddetta civile convive con la mafia. E si sono concentrati sul passato. E così la mafia si è trasformata in mitologia, tra fascino vintage e reperto pop, con tutte le conseguenze del caso. Morreale è pessimista, e sembra dire che il cinema sulla mafia, con i suoi professionisti, ha reso un pessimo servizio alla nostra società. Ci sono le eccezioni, certo, da Roberta Torre a Ciprì e Maresco; ma questo cinema ha ribadito e alimentato alcuni dei peggiori difetti degli italiani, che hanno profonde radici nel passato e oggi imperversano. Il maschilismo, per cominciare (non è un caso che un topos ricorrente nei film sulla mafia sia quello dello stupro). E soprattutto la dietrologia e il complottismo: che - come mostra bene Morreale, smontando opere come La trattativa di Sabina Guzzanti - assumono sempre caratteri autoconsolatori ed elitisti, allontanando ulteriormente la verità - che, come diceva Savinio, non è mai una sola. Di più, la produzione di film sulla mafia, in questi ultimi anni, ha finito per essere una diversione rispetto alla cronaca, dove la mafia non ha più così tanto peso rispetto a camorra e altri fenomeni di criminalità organizzata, che stanno subendo a loro volta un trattamento di mediatizzazione (vedi Gomorra e Suburra) o vengono bellamente ignorati. Forse Morreale non sottolinea abbastanza le implicazioni di quell’atto rivoluzionario che fu, in Il giorno della civetta di Damiani, mostrare un mafioso che entrava in una sezione della Democrazia cristiana: e questo in un film per tanti aspetti arcaico e ingenuo. Ma all’epoca portare certi fatti al grande pubblico che non leggeva i saggi di Danilo Dolci o di Michele Pantaleone era davvero controinformazione. Oggi qualcuno oserebbe mostrare un ’ndranghetista che, in una città del nord Italia, entra nella sede di un partito a vostra scelta? No: oggi, grazie al film di Bellocchio, ci esaltiamo per l’agiografia di Tommaso Buscetta, il mafioso eretico e bon vivant, traditore e magari un po’ anarchico. E della lezione di Peppino Impastato - che la mafia va coperta di ridicolo - quasi tutti si sono dimenticati.

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18 Ottobre 2016

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