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Editoriale 04/2026
C'è un'altra scelta
Ogni tanto riemergono, e una volta di più nei giorni scorsi, mentre si celebravano il primo anniversario della scomparsa di Lynch e l’80° della sua nascita, le immagini della bizzarra campagna allestita dal regista a sostegno della nomination all’Oscar 2007 per Laura Dern, incredibile protagonista di INLAND EMPIRE : Lynch sedeva serafico su una sedia da set, accanto a lui un manifesto col volto dell’attrice e una mucca in carne e ossa. Non bastò: Dern - per chi scrive una delle interpretazioni più clamorose non solo di quell’anno, ma del millennio - non arrivò in cinquina, e a vincere fu l’assai più istituzionale, in tutti i sensi, Helen Mirren di The Queen. Gli Oscar funzionano così: sono un grande gioco di posizionamenti, lobbismi, interessi economici in cui l’industria hollywoodiana premia se stessa, sovente tenendosi al riparo da azzardi. Accade così che quasi ogni anno restino fuori dalle cinquine alcune delle prove attoriali più fulminanti, a riprova pure del fatto che poche arti sono ardue da giudicare in modo oggettivo quanto quella della recitazione. Giochiamo allora a fare le pulci all’Academy, e guardiamo alle nomination 2026: la prima grande assente campeggia sulla nostra copertina ed è la vulcanica, incontenibile Jennifer Lawrence di Die My Love di Lynne Ramsay. Una prova attoriale debordante, magnetica e al contempo respingente nella sua crudezza, in cui la diva mette a nudo non tanto la carne quanto i nervi di un personaggio femminile mostrato in tutta la sua irriducibilità a stereotipo, a funzione, a “ruolo”. Altra prova maiuscola impigliata nelle reti della selezione (nonostante fosse candidata ai Globe, come pure lo era Lawrence) è Amanda Seyfried in Il testamento di Ann Lee, interpretazione angelicata e sulfurea insieme, che sottolinea una volta di più la poliedricità e il talento (anche canoro) di un’attrice tra le migliori della sua generazione. Visto poi che quest’anno concorrono, ed è una piacevole sorpresa, diverse prove non anglofone (dal Wagner Moura di L’agente segreto alla Renate Reinsve di Sentimental Value), l’avessero chiesto a noi, ci avremmo messo pure la meravigliosa Jodie Foster francofona di Vita privata, la struggente Denise Weinberg di Il sentiero azzurro e l’alienato Lee Byung-hun di No Other Choice, ma qui ci rendiamo conto di chiedere troppo. Restiamo sugli uomini anglofoni, allora: davvero nessuno si è accorto che Adam Sandler, con le sue corde tragicomiche, è la cosa migliore di Jay Kelly (insieme a Billy Crudup che legge il menù come Gassman)? E che ne è della sacrosanta nomination all’Oscar per Dwayne Johnson che invochiamo sin dai titoli di coda di The Smashing Machine a Venezia 82? Il ributtante Jesse Plemons complottista e castrato di Bugonia è forse ancor più fenomenale della sua (giustamente candidata) controparte Emma Stone; e quanto sarebbe stato bello, anche in considerazione delle assurde invettive del detrattore a tempo perso Tarantino, veder nominato il grande Paul Dano di Il mago del Cremlino - Le origini di Putin? Lo dicevamo, è un gioco (anche se è un gioco da cui dipendono carriere, e non sempre come presumiamo: sono recenti le dichiarazioni di Melissa Leo su come l’Oscar per The Fighter l’abbia paradossalmente “congelata”), e mentre leggete vi saranno venute in mente altrettante prove attoriali che hanno illuminato il vostro 2025. Ma ricordatevi di questi nomi, quando Timothée Chalamet (il più giovane attore di sempre a incassare tre nomination) ringrazierà Kylie Jenner dal palco del Dolby Theatre.




