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La citazione

«Alice Harford: I do love you and you know there is something very important we need to do as soon as possible. - Dr. Bill Harford: What's that? - Alice Harford: Fuck.»

scelta da
Fabrizio Tassi

In edicola: Martedì, 26 Ottobre, 2021

Speciale critico su Squid Game, focus sul Trieste Science+Fiction Festival e sul Grande Cinema Festival, intervista al regista di Freak Out: Gabriele Mainetti e Lost Highway sui freak al cinema, Scanners di El príncipe, guida e segnalazioni di contenuti in streaming, locandina di Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti e tanto, tanto altro.

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Editoriale


Festa di Roma, vitalità dell'intruso

Festa di Roma 2021: tante star e 18 biopic. Scelta d’obbligo, forse, per i festival metropolitani che si palleggiano, a mo’ di sontuosa sintesi dell’anno, il bello commestibile (che André Breton usava per definire l’opera di Dalí) e il ritorno in presenza. Ma una linea sotterranea, politicamente fertile, forse in analogia rovesciata col COVID-19 e QAnon, ha alluso alla vitalità dell’intrusione, invece che all’apologia dell’esistente, la retrospettiva su Arthur Penn, intruso per eccellenza a Hollywood. In Farha la regista giordana Darin J. Sallam si chiede, tornando alla Nakba: è più alieno il palestinese traditore, conservatore e misogino o il sionista israeliano moderno e rapace? Per North Sea gli intrusi siamo tutti noi umani. Kenneth Branagh nell’autobiografico, calligrafico e “infantile” Belfast scopre stupefatto che tra irlandesi, come tra tedeschi, ci si può sentire nemici per la pelle. Zhang Yimou nel brillante mélo One Second coglie un’astuzia nella Rivoluzione culturale del 1966, che pure proibì quasi tutti i film: mise in moto nello spettatore, davanti alle stesse immagini, forme di ricezione avulse. Così il consumatore divenne produttore, individualità sensoriale di criminale potenza desiderante, capace di mettere in discussione il mondo e l’identità. Mao come Nicolini (e, a proposito, la Festa avrebbe dovuto ricordare Francesco Pettarin, pilastro dell’Estate romana improvvisamente scomparso, no?). Antonio Monda, direttore per la settima volta, ha voluto traghettare, in metafora, la potenza del Black Lives Matter - anche il politicamente corretto è un intruso culturale - pur prevedendo incontri ravvicinati con soli cineasti di colore bianco (Guadagnino a parte, metà algerino). In quest’ottica il film della Festa è stato Due donne - Passing, in cui Rebecca Hall duetta in meticciato reciproco con la romanziera anni 20 Nella Larsen, monumento dell’Harlem Renaissance. Un melodramma non a caso in black and white che ci riporta prepotentemente alla centralità della questione razziale (nel sud rinascevano parallelamente il KKK e la pratica dei linciaggi) assieme ai quattro episodi sia di Muhammad Alì sia di JFK: Destiny Betrayed di Oliver Stone (nuove ma non ancora esaustive rivelazioni sul complotto del secolo) che ci mostra un Kennedy durissimo contro il colonialismo e il razzismo selvaggio europeo (di quello americano ne fu vittima) e in cui sembra quasi di leggere la stessa indignazione di Noi però gli abbiamo fatto le strade che Francesco Filippi ha appena pubblicato per Bollati Boringhieri (pp. 208, € 12). È del 1921 il primo passing movie, ovvero la tragedia del mulatto, dell’intruso nella società della segregazione, del suprematismo e della fierezza razziale (Michael Jackson, lo sbiancato per antonomasia, insegna): The Call of His People. Un uomo d’affari di successo confessa di essere mezzosangue black, ma il boss replica: «È l’uomo, non il colore, che conta». In quel decennio si evade ancora un po’ dagli stereotipi (buffoni, serve e menestrelli), prima del codice Hays, come succederà dalla New Hollywood in poi: Melvin Van Peebles (L’uomo caffelatte), John Landis (Ai confini della realtà), The Watermelon Woman di Cheryl Dunye... Ma alle scaturigini di Due donne - Passing ci sono soprattutto Elia Kazan, con Pinky, la negra bianca (1949) quando sostituì il licenziato John Ford, in pieno maccartismo, per polemizzare con gli ex compagni stalinisti, sordi alla questione razziale; e Douglas Sirk, con Lo specchio della vita (1959) già capolavoro di John M. Stahl (1934) con Fredi Washington, figlia dalla pelle bianca, e Louise Beavers, sua madre, nerissima, strazianti nei duetti, con Peola che si vergogna di mammy Delilah, cuoca di sublimi pancake: «Se mi vedi per strada, mamma, non rivolgermi mai più la parola, devi rinunciare a me!».

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