Eastwood, una vita dalla parte del torto

Servizio pubblicato su FilmTv 27/2020

Eastwood, una vita dalla parte del torto


Dopo lo speciale pubblicato sul Film Tv numero 21/2020 in occasione dei suoi 90 anni, torniamo a parlare del regista americano. Questa volta, però, da una differente prospettiva.

90 anni, quasi mezzo secolo di regie. Ma è cambiato il mondo, è cambiato Clint Eastwood, è cambiato il cinema, è cambiato (non sempre) chi scrive di lui. E dopo cinquant’anni si può forse cominciare a mettere in prospettiva e ordinare un’opera sterminata, complessa, contraddittoria. Un’opera su cui si sono incrostati troppi miti diventati dogmi. Eastwood l’ultimo dei classici: un’etichetta sviante per uno che ha imparato il mestiere con Sergio Leone e Don Siegel, che di classico non hanno niente. Eastwood il libertario: un suggestivo ossimoro per un uomo e un regista che è sempre stato irriducibilmente, testardamente e a volte sgradevolmente di destra. Eastwood è uno che non ha mai votato democratico in vita sua; trent’anni fa sosteneva Ross Perot, fino a ieri appoggiava il delinquente che c’è oggi alla Casa bianca. Che c’entra col suo cinema, si potrebbe obiettare? C’entra che ha sempre coltivato un individualismo patriottico estraneo a ogni dimensione sociale e collettiva. Ha sempre mitizzato l’uomo forte, facendo cadere nella trappola anche chi ha ideali opposti ai suoi. Parlando di Eastwood nella poco nota Introduzione alla vera storia del cinema (1981), Jean-Luc Godard scriveva con verve polemica: «Il poliziotto, in Occidente, rappresenta l’ideale della libertà, uno che non deve stare come un operaio alla catena, che non ha nemmeno gravose responsabilità di governo o altro; è l’eroe di cui puoi parlare male, in cui fai finta di non identificarti, anche se lo fai, e profondamente».
Con astuta mossa retorica, Eastwood ha spesso interpretato prodotti di un’America bianca, paladini della legge e di un’idea platonica di patria, ma disastrosi sul piano umano e famigliare, e soggetti a innumerevoli errori. Come lo sceriffo di Un mondo perfetto, che non riesce a evitare la morte dell’innocuo evaso; ma lui applica la legge e ha un alibi: «Io non so niente». Gli antieroi di Eastwood non fanno la morale, non si presentano come infallibili, a volte addirittura si sacrificano (Walt Kowalski in Gran Torino, il suo personaggio più complesso); ma in questo modo ribadiscono valori di fondo più grandi di loro, che sono gli stessi dell’America di John Wayne e di Ronald Reagan.
Negli ultimi vent’anni, dopo l’11 settembre, Eastwood ha diradato l’attività di attore, e l’ambiguità si è dimostrata sempre più torva e meno ambigua. In Mystic River (come poi in Million Dollar Baby) ci sono tracce di determinismo sociale e addirittura metafisico (il contagio del male). E se in Invictus - L’invincibile Clint celebra Nelson Mandela e i suoi passi verso i bianchi, in J. Edgar ripercorre la storia americana dalla parte di Hoover, uno che ha sbagliato tutto, senza abbozzare un contraddittorio. E ciò è molto di destra: la fiera, ottusa ostinazione di stare dalla parte del torto. Quanto al patriottismo, la retorica è sempre più scoperta (ma già Firefox - Volpe di fuoco era indifendibile). Da Flags of Our Fathers ad American Sniper, Eastwood mette in scena la necessità della guerra e la nobiltà dello “sporco lavoro” del soldato (ovviamente non riconosciuto dai politici pantofolai: e qui scatta l’allarme fascio). Ed esibisce una franchezza brutale (il piccolo terrorista ucciso dal cecchino Bradley Cooper) che perlomeno ha il merito di non edulcorare la realtà. Da Ore 15:17 - Attacco al treno a Richard Jewell, infine, il populismo supera la soglia di guardia: gli eroi sono uomini comuni, disprezzati dai poteri forti, che salvano il mondo perché hanno imparato fin da piccoli a usare le armi. Il presunto antiautoritarismo eastwoodiano, che sembrava clamoroso in Potere assoluto (ma allora c’era Clinton; oggi un film così non lo girerebbe…), si rivela un asfittico individualismo, ed è dimostrato al meglio in Il corriere - The Mule. Un altro personaggio dalla parte del torto, familista, individualista, che dovremmo amare. Anche no. Chissà se a Eastwood, affascinato dalle vite vere, è venuto in mente di raccontare quelle di George Floyd e del suo assassino.

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